«A quanto pare, nel centro di Firenze campeggia un enorme cartellone con la tua immagine, l'hai visto?» .
«Non ancora, sono appena arrivato, ma è la prima cosa che farò dopo la nostra intervista, sono emozionato». Sembra quasi impensabile vedere Gene Gallagher così scosso per qualcosa. L'aspetto dell'artista britannico si adatta perfettamente all'archetipo di ciò che si suppone possa essere una rockstar contemporanea: look casual ultra-cool, capelli intenzionalmente spettinati e occhiali da sole. Nel suo caso si tratta di un paio di Gentle Monster, il marchio coreano tanto in voga tra le nuove generazioni. Incontrarlo nel capoluogo toscano nel pieno dello svolgimento di Pitti Uomo, considerata la fiera della moda maschile più importante al mondo, non è una cosa insolita.
Grandi firme del calibro di Burberry o Saint Laurent già si accertano che Gene sia in prima fila alle loro sfilate; perciò, la sua associazione con l'universo della moda non deve stupire. La novità è il motivo per cui siamo con lui a Firenze: la partecipazione dell'artista alla sua prima campagna internazionale. Guess Jeans lo ha nominato uno dei "Cultural Disruptor" della stagione e ha riempito di cartelloni pubblicitari le principali capitali del pianeta, in modo da farlo sapere a tutti. Il mito del cognome di Gene si giustifica in due modi: attraverso la musica e la storia che si porta dietro. Nel figlio di Liam Gallagher e Nicole Appleton rivive la leggenda di un artista che ha abbracciato allo stesso modo il rock e la moda, intrecciandoli e fondendoli in un unico personaggio, fino a segnare una tendenza non solo nel suo paese natale, ma anche in ogni parte del mondo.
Gene sembrava predestinato a dedicarsi alla musica e tale profezia si è avverata quando, nel 2024, ha fondato la propria band: i Villanelle. Dopo un anno di esibizioni nei club del Regno Unito, il grande debutto è previsto con il tour che celebra il trentesimo anniversario degli Oasis, dove parteciperanno come gruppo di apertura in occasione del concerto inaugurale. «Sono bravi, li metterò per primi nel Definitely Maybe Tour», ha assicurato lo stesso Liam quando gli è stato chiesto della band di suo figlio, il cui sound ricorda il rock e il punk classici, anche se rivisitati in chiave contemporanea.
GQ: Com'è stata l'esperienza di formare un gruppo e suonare dal vivo?
GENE GALLAGHER - È emozionante vedere i diversi pezzi mettersi insieme. All'inizio è snervante, non sai cosa aspettarti, ma avevo fiducia nel processo, perché avevo già visto la mia famiglia realizzare la stessa impresa. Ho sempre voluto far parte di una band, da quando avevo sette anni o giù di lì. È stato difficile trovare le persone giuste. Ho molti amici a cui piace la musica, ma non erano così presi da provare tutti i giorni e portare avanti il progetto. Poi, finalmente, ho trovato i compagni di band giusti. Li ho incontrati quando meno me l'aspettavo tramite amici di amici, e tutto ha funzionato.
Come è nato il nome della band: Villanelle?
Non ha nulla a che vedere con il personaggio protagonista della serie tv Killing Eve, come tutti credono. Mi piaceva come suonava e l'ho preso. Se vai a cercarlo su Google, ti accorgerai che ha un bel significato.
Sorprende che, di questi tempi, voi non siate la tipica "band di TikTok", ma un classico gruppo che suona nei club. Quanto è difficile in una realtà dominata dai social media?
Semplicemente, non ho mai desiderato appartenere a una "band di TikTok". Sono cresciuto sognando di fare concerti dal vivo, senza pensare che la mia musica sarebbe dovuta diventare virale sui social.
Che tipo di pezzi suona la tua band?
Mi sono formato ascoltando musica britannica e statunitense, di conseguenza è un misto di entrambe. Se ti piace il sound di chitarre pesanti, rock e punk, allora l'apprezzerai.
Al momento i vostri fan possono ascoltarvi dal vivo solo nei club in cui suonate. Caricherete la vostra musica su qualche piattaforma?
Non abbiamo ancora pubblicato nulla, ma lo faremo quest'anno.
Per te affrontare il pubblico non è una novità, eri il batterista di tuo padre nel suo ultimo tour. Com'è stata quell'esperienza?
È stato facile, perché tutti gli sguardi erano puntati su di lui. Quando il ruolo di front-man è toccato a me, all'inizio ho avuto paura. Poi sono entrato in modalità pilota automatico e mi sono goduto l'esperienza.
Come si è presentata l'opportunità di suonare con tuo padre?
Non ho dovuto chiederglielo. Ha semplicemente postato un messaggio nella chat di famiglia dove ha scritto: "Lo farai". Non c'era modo di rifiutare, così ho accettato. [ride]
Si dice che i batteristi siano i tipi fighi della band...
Vero, al cento per cento! [ride]
Come gestisci il peso di un cognome come Gallagher?
Per me è solo il mio cognome da quando sono nato. Non è qualcosa che mi è stato appioppato all'improvviso. Ho sempre visto mio padre come un padre.
In che modo stai vivendo il ritorno degli Oasis?
L'ultima volta che li ho visti in concerto avevo circa due o tre anni. Ci sono immagini di me ai concerti con delle cuffie enormi mentre ero seduto sopra un altoparlante. Non capivo l'importanza di quanto avevo davanti agli occhi. Desideravo solo tornare in hotel a guardare SpongeBob. [ride] Ora sono emozionato all'idea di ammirarli di nuovo.
Immagino che non avrai avuto problemi a procurarti i biglietti per il tour...
Non ho biglietti! Ho fatto la fila online come tutti gli altri. [ride]
Tuo padre ti ha influenzato nel fare musica?
In qualche modo, sì. Tutti nella mia famiglia condividiamo gli stessi gusti musicali, cinematografici... e persino di hair styling! [I suoi capelli ricordano la moda Britpop resa popolare dagli Oasis].
Come ti immagini il futuro con la tua band?
Voglio solo continuare a essere felice con quello che faccio.
Sentivi che diventare musicista era un destino inevitabile per via del tuo cognome?
In realtà è per via del nome: perché Gene Simmons piaceva a mia madre e Gene Krupa a mio padre. Non credo che i miei genitori volessero che mi dedicassi a qualcosa di troppo folle, come il paracadutismo professionale o qualcosa del genere. [ride] Comunque, non mi hanno mai spinto a fare musica, né mi hanno detto: "Dovrai diventare un musicista". L'ho scelto da solo, anche se tutti sapevano già che era quello che avrei fatto. La musica è sempre stata una costante in casa nostra e avvertivo che era quello a cui dovevo dedicarmi.
Come hai vissuto l'esperienza di questa campagna con Guess Jeans?
È stata un'esperienza indimenticabile, emozionante e grandiosa. Appari su enormi cartelloni pubblicitari e viaggi in posti fantastici, come Firenze. Non avevo mai lavorato con il fotografo Rafael Pavarotti ed è stato fantastico, è davvero bravissimo. Sono felice del risultato finale. Ho visto le prime foto e ho compreso al volo che sarebbero state perfette, perché è riuscito a cogliere l'atmosfera in modo molto naturale.
Guess Jeans ti descrive come un "Cultural Disruptor". Cosa ne pensi?
Non ne sono sicuro... Significa che sto distruggendo la cultura o qualcosa del genere? [ride] Mi piace!
Ti sei sempre interessato alla moda o è una passione che è maturata nel tempo?
Mi è sempre piaciuta la moda. Non in tutte le sue declinazioni, ma ne apprezzo molto gli aspetti a me più congeniali. Se non facessi musica, forse mi dedicherei alla moda. Credo che vadano di pari passo, e ho sempre voluto disegnare i miei vestiti, anche se non ho mai frequentato una scuola di design.
Come descriveresti il tuo stile?
Per me, se hai dei capi base di qualità, puoi abbinarci qualsiasi cosa e sicuramente sarai vestito bene. Nel mio caso, la cosa più importante è avere una buona giacca e dei buoni jeans. È da lì che inizia tutto. Ricordo che da bambino indossavo giacche di Stone Island e pantaloni di velluto a coste, ma non sopportavo che mio padre mi mandasse a scuola con dei jeans skinny troppo stretti. Li odiavo. Crescevo così in fretta che mi stavano subito piccoli ed erano scomodissimi. Da allora, non sopporto i pantaloni a sigaretta.
Dicono che stanno tornando...
Davvero? Pensavo che se ne fossero appena andati!
Parli anche molto dei tuoi capelli. Che significato hanno per te?
Beh, sono come la stella dell'albero di Natale. [ride] Non si lasciano pettinare troppo, a volte funziona e altre no. È un po' come fare una scommessa ogni volta che mi alzo. Certo, quando funziona, la giornata è perfetta.
Devo forse dedurre che presto lancerai una linea di trattamenti per capelli?
Sì! Ho un sacco di idee al riguardo.
Articolo originariamente pubblicato su GQ Spagna
Fonte: GQ Italia